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Di sedimentazione e decantazione su Spotify

Ok, credo che possa esserci dietro una scienza. Anzi, di sicuro c’è. Spero che ci sia. Ci sono delle sere che l’unica cosa sensata è fare zapping su Spotify e ripescare canzoni più o meno a caso.

Nel dettaglio, cioè nei titoli delle canzoni, nel minutaggio, negli interpreti, lì sì, c’è casualità: posso confermarlo. Allontanandosi leggermente però ci si accorge che il percorso è sempre molto simile. Che fuori faccia freddo, sia inverno, oppure faccia caldissimo. La temperatura non influisce sulla deriva malinconica, a tratti depressiva, se non negativamente. Il caldo peggiora e il freddo peggiora allo stesso modo. Dicevo, l’inizio senza troppe pretese riguarda di solito la scena classic rock, qualche canzone di quelle che sanno tutti, con gli assoli di chitarra elettrica e i soliti cantanti, di quelle che sai più o meno tutte a memoria, anche di quelle che ti fanno venire in mente una persona, o che almeno una volta hai pensato di dedicarle a una persona. Anni 80 o giù di lì, 70 al massimo. No progressive in questa fase, quello arriva dopo. Arriva dopo e di solito ha quei suoni tardo retro-futuristici dei Pink Floyd. L’inizio della deriva per me sono i Pink Floyd. Money, Comfortably Numb o ancora meglio Wish You Were Here.

Quest’ultima in particolare. Quest’ultima soprattutto stasera, che il declino lo voglio formalizzare. È agosto e si alternano sudore e brividi a tempo con l’oscillare di un ventilatore che ormai poverino manco lui ci crede troppo. Ascolto Wish You Were Here e realizzo che come la canzone sto camminando sul solito vecchio terreno. Ancora e ancora. Gran bella canzone, una di quelle che so a memoria. Ripenso al mio buon proposito di qualche tempo fa: “quando arrivi a casa alticcio o ubriaco” promettevo a me stesso “ascolta almeno un pezzo di Dark Side of the Moon”. Uno di quegli album che apprezzi veramente solo dopo averlo ascoltato almeno una volta da ubriaco o in altri stati alterati. Non sono ubriaco in questo momento ma è comunque un gran album anche da sobrio, salto diretto a Great Gig in the Sky, che di solito, quando mi attengo al mio buon proposito, è l’ultimo brano che raggiungo. Vocali a secchiate, ma cantate bene, cantate in modo che nessuno ci riuscirà mai più a cantarle così. Una sorta di spazio, di cono, un vortice di vocali, che scrosta dalla memoria vecchie puttane e nuove donne, una centrifuga che mischia ricordi, speranze, sogni, delusioni e poi, quando si ferma, le lascia a mezz’aria, a mezz’acqua, a decantare piano piano. Siamo, come esseri umani, portati a dare importanza al peggio e nel torbido vediamo appunto il torbido e non tutta l’acqua pulita che lo circonda.

Avrei voluto dirle “no, tranquilla, voglio solo passare una serata con una donna che mi sembra meritare il titolo, non pretendo niente di più”, e invece lei non ha proprio capito, o ha la scusa di non aver capito. Ottengo l’esatto opposto. Non sto nemmeno più a sindacare. “Scemo io” penso.

Il torbido decanta, dall’alto verso il basso, e nella stessa direzione procedo pure io, tra le varie canzoni che nel tempo ho segnato. Quelle segnate più di recente stanno in alto, man mano a scendere. Quella segnata più anticamente è del luglio del 2014, ma spero di non doverci arrivare laggiù. Questa lista ha l’aspetto di una sezione di terreno: diversi strati, ere geologiche di generi diversi, di mood diversi. Alcune canzoni sono di generi che non mi piacciono. In comune hanno che a un certo punto ho ritenuto opportuno salvarle. Di molte ricordo il motivo, di altre meno. Di qualcuna ricordo il tempo e il luogo in cui le ascoltavo, di altre ricordo solo come mi sentivo in quel momento. Non è proprio un ricordo a dire la verità, è più un riflesso istintivo per cui se riascolti una canzone che hai ascoltato in passato durante momenti particolari, buona parte di quello che hai provato la prima volta lo rivivi di nuovo. Non è che ti ricordi come eri, quello che eri, quello che sentivi (fisicamente), ma è proprio che lo sei di nuovo, che lo senti (fisicamente) di nuovo. Il guaio è che in certi momenti, che, per inciso, mi sembrano sempre più ricorrenti, se non costanti, la gamma di emozioni mantiene il solito limite basso nei dintorni della depressione ma fissa quello alto non più in là della malinconia. Come se il pH fosse limitato a una scala da 0 a 5, oltre non si va. Per cui persino una canzoncina K-Pop, aggiunta quasi ironicamente, di cui ignoro totalmente il testo e che probabilmente meglio continuare a ignorarlo, mi mette malinconia. Guardo la datazione al carbonio 14, dice 2015, marzo. Si, forse lì intorno qualche valido motivo per essere malinconico c’era. La fermo a metà e cerco dell’alcool, che non c’è, se non un vino bianco in cartone che però non ho il coraggio di bere così, che quasi c’ho schifo a usarlo per cucinare. Nient’altro. Bevo un po’ di acqua che con questo caldo e sudando meglio tenersi idratati. Uno strato più sotto della canzoncina K-pop, un altro brano mi aiuta a fissare data e luogo di quello strato di sedimento. “Ah, già” penso “merda, si”.

E a quel punto l’unico modo per decantare il torbido e provare ad apprezzare l’acqua che ci sta intorno è sproloquiare un’altra pagina e sistemare leggermente quello scritto in precedenza.

Immagine: credits

Lawrence d'OrobiaDi sedimentazione e decantazione su Spotify

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