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Quattro matrimoni e un limone

Amy Winehouse. La cassa del bar decide di passare Amy Winehouse. Che è perfetta, perché siamo a metà settembre e Amy Winehouse sa di fine estate, sa di ultimi rimasugli di caldo. Sa di quel caldo che lotta e scalpita, di quel caldo che ti fa passare il pomeriggio e la prima serata in maniche di camicia, magari pure arrotolate, ma che si arrende poco dopo cena.

Bah. Faccio girare il mio Long Island con poca di voglia di berlo, mi domando se anche lui sappia di fine estate oppure no. Un braccio indietro, appoggiato sullo schienale, l’altro in avanti, dita sul bordo del bicchiere. Lo faccio roteare e cerco qualcosa che non so bene nei riflessi marroncini. Alzo lo sguardo di un grado o due, realizzo che c’è il mio amico lì davanti, non proprio davanti, alle una e tre quarti circa. Lui ha entrambe le braccia appoggiate al tavolo, ingobbito in avanti su un bicchiere arancione, che poi sarebbe uno spritz già a metà. “Sabato ero in ufficio…” inizio, “non dovresti lavorare di sabato” ribatte lui, “lo so, lo so”, “e allora perché lo fai?”, “non lo so, non ci ho mai pensato”.

“Comunque”, riprendo, “sabato ero in ufficio e intorno alle 11 arrivano le signore delle pulizie”. Le signore delle pulizie, o meglio la signorina e il ragazzo delle pulizie, sono persone simpatiche: ci salutiamo e ci facciamo due battute ogni volta. Non è che mi caccino fuori, anzi: non mi cacciano fuori. Potrei stare pure lì che a loro non importerebbe. Ma io esco lo stesso, sto in giro quell’oretta, mi schiarisco le idee. Alla fine un po’ mi sento comunque buttato fuori.

“E quindi?”, “E quindi niente. Sai che io lavoro là dietro”, indico dietro di me in una direzione approssimativa. Esco, vado destra, poi a destra alla prima e sono su questa via, questa in cui ci sono i tavoli all’aperto del bar. Sabato sono entrato e ho preso un caffè. Tirandolo inutilmente lungo scrollavo su Facebook, che non guardavo da un po’, e ci vedo questa ragazza che avevo conosciuto all’università. Conosciuto è una parola grossa: abbiamo fatto due, tre corsi insieme. Però ci salutavamo ogni volta. La vedo, vedo la foto dico, e mi domando: ma perché è vestita da sposa? “E perché era vestita da sposa secondo te?”, “È quello che mi sono chiesto, perché il criceto che alimenta il mio cervello non è spesso una scheggia”. Però poi, con il criceto finalmente mosso, ho capito. Ho capito e sono passato oltre perché, d’accordo che ti conosco, ma salutarsi alla fine di una lezione non è sto gran rapporto. Felicitazioni e continuo a scorrere. Scorro e vedo una foto di questo tizio portoghese che ho conosciuto durante quel mese a Lisbona. È vestito piuttosto elegante ed è abbracciato a un’altra, anche lei vestita da sposa. “Quanto ci hai dovuto pensare questa volta?”, “Meno. Il criceto stava già girando”. Seconde felicitazioni, secondo ma-sti-cazzi. Guardo l’ora sul telefono: nonostante i miei sforzi ho tirato lungo un caffè espresso si e no cinque minuti. Quindi esco e proseguo dritto verso la via pedonale, quella dei negozi. Proseguo ma sai che lì, proprio all’inizio, dove c’è anche l’edicola, c’è una chiesa. “Si, ho presente”, “Ecco”. Ecco, lì un altro matrimonio. Questa volta di due sconosciuti, che ispirano un ma-sti-cazzi più profondo, ma d’altro canto: terzo matrimonio nel giro di un’ora. “Son cose che ti lasciano il segno”, “Eh, si”.

Proseguo, attraverso la strada, altri 200 metri e lì, sulla destra, c’è il municipio. “Ma non ci credo!”, “Eppure è così”. Riso per terra e un’altra sposa davanti a me. La madre della sposa chiede se è già ora di andare al ristorante, la sposa risponde che si, è ora. Io penso che si, è ora, è ora che smettiate di sposarvi tutti oggi. Da un lato è un grandissimo ma-sti-cazzi, ma dall’altro, basta ragazzi, siete fastidiosi, dai, su. Ripenso a mio nonno, pace all’anima sua, che ogni volta che vedeva un matrimonio diceva “una vergine di meno; un martire di più!”. E si metteva a ridere da solo perché davvero ci teneva un sacco a quella battuta. Tiro dritto pensando che forse è stato il caffè di troppo a rendermi nervoso. “Certo, il caffè”, “Il caffè, certo”.

Arrivo in fondo alla via mentre quel caldino di metà settembre, inutilmente caparbio, ma proprio per questo piacevole, mi stempera l’umore. Arrivo in fondo e vado a destra. Sai che se lì vai a destra, poco più avanti c’è una chiesa. “No, non è possibile!”, “No, infatti, no, per fortuna no”. Nessuno ha deciso di sposarsi nella chiesa del patrono, non quel sabato almeno. Però davanti, hai presente?, davanti a quella chiesa, sai che c’è un piccolo sagrato circondato da un muretto basso in pietra, che la gente ci si siede. C’era appoggiato un ragazzo e davanti a lui la sua ragazza. Intorno alla ventina, 22, 23, metti. Io passo dietro, per cui lui mi da le spalle ma vedo lei chiaramente. Lei più bassa, tiene gli occhi tra il chiuso e il socchiuso mentre sulle punte dei piedi si propende verso il viso di lui. Tentenna, poi si tende ancora un poco per baciarlo. Si ritira un po’, le punte non reggono a lungo. Lo guarda, poi chiude di nuovo gli occhi, di nuovo si alza sulle punte e di nuovo lo bacia. Io rallento a guardare, ma non è che posso fermarmi a fissare. “Sei un guardone”, “Forse si”. Tiro avanti e giro a destra, per tornare verso l’ufficio. Che bel limone, penso, mentre mi torna il buon umore. Una scena positiva in un mare di matrimoni. Se dovessi scegliere di rappresentare qualcosa di bello usando solo scene di terzi, scene viste e non vissute, in quella giornata, ma anche in molte altre giornate, in una vita, forse, userei quel limone come soggetto. Quattro matrimoni, sommati, non valgono quel limone. Penso al valore di quella cosa, penso: come può un gesto poco più che istantaneo avere una forza superiore a quattro, anzi otto, vite passate insieme? O è solo questione di empatia, questione che uno posso capirlo, l’altro no?

“Tu pensi troppo”, “Lo so, lo so”, “E allora perché continui a farlo?”, “Non lo so, non ci ho mai pensato”.

Lawrence d'OrobiaQuattro matrimoni e un limone

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