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Anonima WhatsAppisti

Alzo il colletto della giacca e tiro la zip più alto che posso. È notte, fa freddo. I lampioni illuminano la strada e la facciata della chiesa. Sorpasso il portone chiuso e mi infilo nel vicolo subito dopo. Da una finestra arriva un po’ di luce: il posto è questo. Apro la porta, la richiudo, scendo qualche scalino, giro l’angolo ed eccoci: quella sala seminterrata è lo spazio che il pastore mette a disposizione delle associazioni meritevoli. Le associazioni che aiutano la comunità, che la sostengono, che la guariscono. Gente seduta in cerchio, su sedie pieghevoli. Le persone sembrano tutte uguali, facce che probabilmente ho già visto ma che ho dimenticato.

Tutte uguali tranne lui. Il boss, il mentore, il guru, chissà come si fa chiamare. Con i suoi occhialetti e l’aria saccente sembra una fastidiosa via di mezzo tra Gramellini ed Harry Potter. Già mi sta sul cazzo. Dirà ovvietà o cazzate colossali. O un equilibrato mix tra le due. “Oh, una faccia nuova” dice “vieni qui ragazzo, raccontaci chi sei”. Ok, mi sta ufficialmente sul cazzo. Ma, hey, son qua, diamogli retta. Mi avvicino: “ho letto questo” gli allungo il collegamento ipertestuale. Legge le prime cinque righe e sorride come se avesse già capito tutto. Stronzo. “Oh, classico caso di cinquantenne che usa WhatsApp”. Penso: no, cazzo, no. Gli rispondo: no, cazzo, no. Quelli si mandano il buongiorno, aggiungono rumore, aumentano l’entropia e vivono felici. Questo no, questo dice che è ansiogeno. Quello che facciamo, dico, è ansiogeno. E mi sono reso conto che provo la stessa cosa. “Oh, capisco! Bravo, bravo, già un bel passo avanti. Dai, siediti lì, raccontaci” al prossimo oh gli spacco la faccia. Mi giro nella direzione in cui sta indicando, c’è una sedia vuota. Vado per sedermi, tolgo la giacca, mi domando se davvero tutte le altre persone in quella stanza mi assomiglino o sia solo un’impressione. Mi siedo e aggiungo: ansia, ecco cos’è, ansia.

“Non mi scrive, non mi scrive. Questo mette ansia: non mi scrive” è un tipo mingherlino con più tic che capelli a dirlo. Pensavo ci fossero delle regole in queste cazzo di riunioni, invece no, a quanto pare chiunque può prendere la parola e dire la sua cazzata. “Hey, amico, non vuoi che ti scriva: lasciatelo dire, ti farà solo male, te lo dico io, che sto guarendo” è un altro tipo a dirlo, sembra saperla lunga, ma non è così: il guru di sta minchia interviene “Oh, piano, qui nessuno è malato, nessuno è guarito, procediamo con cautela”. Una ragazza alla destra di Mister Tic sente il bisogno di dire la sua “Scrivi tu, allora! No? Scrivi, poi aspetti un po’, poi faccina che strizza l’occhio. Si può?”. Anche lei con lo stesso problema di tutti gli altri, solo un po’ più di tecnica. Come chi si inietta roba tra le dita dei piedi per non farsi beccare.

Chiedo a voce alta se il problema sia lo strumento. Chiedo cosa abbia di diverso, cosa abbia di più, cosa di meno. Uno risponde che è troppo veloce, gli scrivono e lui perde il filo, perché le domande gli arrivano più velocemente di quanto lui sia in grado di digitare sullo schermettino le risposte. Un’altro dice che no, al contrario, è troppo lento: passa troppo tempo tra la domanda e la risposta, tra la risposta e il messaggio dopo. E nello spazio vuoto che c’è in mezzo puoi pensare tutto e il contrario di tutto, puoi interpretare come un si quello che poi si manifesterà come un no inciso su un badile che si dirige a velocità strabiliante verso il tuo naso. Un terzo sostiene di averlo calcolato quel tempo, dice di avere un foglio excel con ora di invio, ora di ricezione, ora di lettura e ora di risposta. Sostiene che solo una piccola parte del messaggio sia contenuta nel messaggio stesso, il resto è nella comunicazione non verbale. E per loro, per noi, per loro che hanno questo problema, la comunicazione non verbale sta in quei quattro numeri. Nella loro differenza per la precisione. Nerd del cazzo.

Il mentore improvvisamente ricorda che dovrebbe essere lui a guidare la discussione. Non voglio mettere in discussione il suo metodo, ma a me sembra proprio un coglione. Gongola: “Oh, stiamo facendo passi avanti, bravi bravi. Tu, racconta di nuovo la tua storia, credo sia utile alla discussione” indica un tizio che finora se ne era stato zitto ad ascoltare, un tizio senza nessun segno particolare. “Ma non l’ho ancora superata”, “Oh, magari è la volta buona!”, “Ok. Lei, lei era arrabbiata. E, e, me lo scrisse. Quando lo scrivi è per costringere l’altro a leggere. Non puoi tirarti indietro, leggi per forza. Poi magari cancelli, ma prima, prima devi leggere. Per forza. Poi magari rileggi. O cancelli. Io di solito rileggo. Quindi ho letto. Ho letto le domande che lei, scrivendomele, mi ha costretto a leggere. Ho letto e ho risposto. Ho risposto che avrei risposto, ma non su, su, non su quello. Avrei risposto a voce. Se obblighi qualcuno a leggere una domanda, significa che vuoi una risposta, no? Avrei risposto a voce, ma, ma, ma lei non trovò il tempo per sentire la risposta. Avrei dovuto rispondere lì, su quello intendo, avrei dovuto costringerla a leggere la risposta alla domanda che lei mi ha costretto a leggere. Ma, ma, ma non potevo, non si poteva, non così…” si piega, si copre gli occhi con le mani e comincia a singhiozzare.

Mi domando se venire qui sia davvero stata una buona idea. L’ansia di questi pazzi scatenati si sta aggiungendo alla mia, che cresce anziché diminuire. Mi metto nella stessa posizione del piagnone che ha appena finito di parlare. Con le mani sugli occhi chiusi vedo solo il buio e nel buio penso che forse è un bene che si stia parlando e non chattando, almeno non corro il rischio di rileggere questo strazio. Non corro il rischio di fare uno screenshot e mandarlo a un’amica per chiederle cosa ne pensa. Già, meglio così.

Riapro gli occhi e in quella stanza deserta la luce al neon ha un attimo di esitazione. Accendo il cellulare e l’ora passa dalle 23:59 alle 00:00. Mi alzo, prendo la giacca, sposto la sedia contro il muro, spengo la luce ed esco. Fuori fa più freddo di prima, è più notte di prima e non ci sono notifiche.

Lawrence d'OrobiaAnonima WhatsAppisti

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