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Air China: ovvero dell’hostess che mi passò biscotti sottobanco

Il volo Air China CA950 dura circa 10 ore e collega MXP (Milano Malpensa) a PEK (Beijing Capital Internation Airport). Non è il volo più lungo del mondo, ma sono comunque 10 ore. Per me ha rappresentato il primo vero ostacolo durante il mio viaggio in Cina e Giappone. Così, subito, a secco, l’ostacolo più grande.

Dico ostacolo perché ho dovuto farlo da solo ed io ho bisogno di aiuto. Ho già volato da solo: basta far sapere alla compagnia aerea, con il giusto anticipo, le difficoltà che si hanno e loro provvedono a farti trovare, sia nell’aeroporto di partenza che in quello di arrivo, qualcuno che ti aiuti. La volta precedente ho volato con TAP Portugal ed era andata piuttosto bene: è bastata una mail. Con Air China la procedura è leggermente più burocratica, forse per farti immergere da subito nel clima cinese: bisogna stampare un modulo da compilare e rispedire via mail, corredato da opportune certificazioni attestanti le difficoltà e le necessità. Dicevo: con TAP è andata piuttosto bene, ma si trattava di un volo di poco più di 2 ore. Non di 10.

Arrivo in aeroporto e fortunatamente la proceduta di richiesta assistenza era stata inoltrata correttamente. Al check-in sono gentilissimi e mi spostano su un posto più comodo di quello assegnato inzialmente (laterale, senza nessuno a fianco). Poco dopo arriva una tipa un po’ matta, dai capelli tinta improponibile sul rossastro e dalla risata fragorosa, che mi accompagna fino all’imbarco. A prescindere dalla richiesta di assistenza che fai, questi arrivano con la sedia a rotelle. Io puntualmente rifiuto perché non ne ho bisogno, così la sedia diventa un pratico portabagaglio a mano. Durante il tragitto dai check-in all’imbarco mi invento qualche cosa da dire alla tipa, che anche alla battuta più insignificante trabocca dal ridere. Va beh, almeno è simpatica. Rispetto al solito non sono tremendamente in anticipo e mi fa salire direttamente sull’aereo. Le altre volte il tipo dell’assistenza mi ha accompagnato direttamente al posto: questa invece mi molla all’entrata. Procedo da solo e cerco una hostess a cui chiedere aiuto. Quella che trovo ci mette un pochino a capire, ma poi ci arriva e risulta piuttosto gentile. Non capisce benissimo l’inglese, complice anche il mio accento non perfetto. Fatto sta che il primo scambio di battute, nel momento di sedersi, è stato qualcosa del tipo:

“I need help”
“You need what?”
“I need help”
“You need what?”

Risolvo aggrappandomi a lei e buttandomi sul sedile. Così ha capito.

Cinture allacciate, decollo e via. Solo altre 10 ore e ci siamo. L’hostess ripassa più volte, mi ripete che se c’è bisogno basta chiedere, mi fa vedere il tastino per la chiamata, mi accende lo schermettino del sistema multimediale e mi fa vedere come si usa. Insomma: abbiamo avuto qualche problema al primo contatto, ma poi tutto bene. Ora: so che può sembrare razzista, e probabilmente lo è, ma non sono certissimo che tutte le hostess di cui sto parlando siano di fatto la stessa persona oppure no. Durante i primi scambi ho fatto davvero fatica a distinguerle. Poi ci si abitua a trovare le differenze. A quel punto ho deciso di eleggere la mia preferita. Magra, non troppo alta, dal comportamento deciso. Credo che sia una di quelle che mi ha aiutato nelle prime fasi, ma come dicevo non ne sono certo.

In qualche modo mi ci affeziono, le sorrido quando passa. Lei ricambia, più per dovere professionale credo, chiedendomi se voglio altra acqua e passandomi cookies sottobanco, con fare da pusher. Il vero carattere lo tira fuori all’arrivo, dando ordini al collega steward su come aiutarmi ad alzarmi e mettere la giacca. Il cinese è quasi peggio del tedesco, se non lo conosci sembra che si stiano abbaiando ordini non troppo cortesemente. Tra l’altro, e questo l’ho scoperto dopo, l’uomo cinese ha un po’ di timore reverenziale verso la donna cinese. Si prostra, si zerbina, ubbidisce agli ordini. Anche questo povero steward fa lo stesso e un po’ lo compatirei se a dare ordini non fosse la mia preferita. Saluto tutti e mi avvio verso il ritiro bagagli insieme all’assistente: ovviamente cinese, aria da nerd, capelli a caschetto, qualche brufolo. La macchietta del classico cinese sfigatino. Anche a lui chiedo di poter fare a meno di sedermi sulla sedia a rotelle, che viene puntualmente utilizzata per appoggiarci il mio bagaglio a mano. Giusto per non stare in silenzio affermo che fa freddo: mi rispondo che si, fa freddo. Provo allora a chiedergli come è stato il tempo a Pechino negli ultimi giorni: mi risponde che parla pochissimo inglese. Ok, stiamo in silenzio allora. Passo al controllo immigrazione, che in sostanza sono una serie di sportelli ciascuno con il bravo poliziotto dallo sguardo cattivo che controlla i passaporti e li timbra. Tutto ok, si passa al ritiro bagagli. No, anzi, prima bisogna prendere il trenino. L’aeroporto di Pechino è così grande che bisogna prendere una sorta di monorotaia per arrivare al ritiro bagagli.

Sul vagone del trenino la incontro di nuovo. La mia preferita mi sorride, poi rivolge uno sguardo truce allo sfigatino, che però non se ne accorge perché nel frattempo si è messo a giochicchiare con il cellulare. Scendiamo e lei lo approccia, con il fare da kapò di cui sopra. Dai gesti e dagli sguardi mi pare di capire che gli stia chiedendo come mai non mi ha fatto sedere. Lui probabilmente le risponde che io sono il pirla che ha voluto farsela a piedi. Lei sembra accettare la versione dei fatti, mi saluta di nuovo e si avvia verso l’uscita, mentre io rimango con lo sfigatino in fila al controllo bagagli.

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