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Eri, ovvero la giapponese della terza tappa

Venerdì 27 gennaio 2017, Osaka – Giappone.

Gli obiettivi della serata sono essenzialmente due. Primo: tirare almeno l’una e mezza di notte per permettere a mio fratello di fare gli auguri di buon anno ai suoi amici cinesi. Secondo: tirare almeno le due per riuscire a sentire un’amica in Italia. Serve impegno e buona volontà ma ce la posso fare.

Tappa 1 – Live Jazz Club

Il punto è che quando si è in una città straniera, anche grande, praticamente da soli, d’inverno, la sera il mood tende in modo naturale verso blues e jazz. Almeno il mio fa così. Quindi decido di giocare i primi minuti sulla difensiva, tornando in questo posto che ho scoperto il venerdì precedente. Locale piccolo, musica jazz dal vivo, barista simpatico. Esattamente come sette giorni prima sono da solo e devo chiedere a un passante random di aiutarmi a salire gli otto scalini dell’entrata.

Cantante e musicista di oggi si rivelano meno appassionati del duo della scorsa volta, ma sono comunque bravi. La cantante mi approccia poco prima di cominciare (siamo in circa cinque clienti, ha salutato tutti uno per uno): mi chiede da dove vengo e quando rispondo “Italy” tira un sospiro di sollievo. Canterà dei brani in portoghese e temeva un mio giudizio. Ascolto seduto su un tavolino alto, in un angolo, mandando giù piano piano un Negroni. O meglio: quello che è stato ordinato come Negroni. Il barista, che già era contentissimo di aver avuto il primo cliente italiano sette giorni prima (cioè sempre io), all’idea di preparare un cocktail italiano per il suo primo cliente italiano si gasa tantissimo. “Italiano, italiano, aperitivo” mi ripete. Però mette una palla di ghiaccio nel bicchiere, poi un misurino di gin e un misurino di Campari. Stop. Mi chiede se voglio il limone, gli rispondo di si, almeno quello si. Mancherebbe un ingrediente ma non ho voglia di farglielo notare. Mi consolo con il fatto che almeno non ha potuto annacquarlo.

Sto lì, sorseggio, ascolto. C’è un po’ di Bossa Nova nel repertorio e questo mi fa molto piacere. Mando la foto del Negroni a S, che è con lei che di solito bevo Negroni, giusto per far notare che in Giappone non è tutto rose e fiori. Mentre ho in bocca l’unico sapore italiano che mi manca veramente, mentre mi mancano veramente alcune persone con le quali lo condivido di solito, mi aspetto di sentire da un momento all’altro Via con me, ma per ovvi motivi non accade. Il duo finisce alle 22.30, come da programma: provano a vendere il loro CD e poi scappano via. Rimaniamo io, il barista, un taiwanese ubriaco come una pigna e un terzo cliente che è su un divanetto in un angolo a badare ai cazzi suoi. Il taiwanese, che abita negli Stati Uniti e che quindi parla inglese, attacca bottone con me. Ci tiene a sottolineare che è al suo decimo cocktail della serata e basandomi sul suo sguardo non mi sento di contraddirlo. Mi fa capire che vorrebbe trovare da scopare, possibilmente autoctono, ma non trova nulla di ragionevolmente sicuro. Avrebbe bisogno che uno del posto gli consigliasse qualcosa. Dopo aver realizzato che nemmeno io sono del posto, si mette a parlare di varie ed eventuali, di dove è stato, che è stato in Europa, pure in Italia, ma anche a Pechino, insomma un po’ in giro c’è stato nella sua vita. Gli dico che un giorno mi piacerebbe andare in Brasile, mi risponde che le brasiliane gli fanno sesso. Sottolineo che io apprezzo parecchio anche le giapponesi, mi chiede se ne ho scopate, rispondo cortesemente che no, non ne ho scopate. Mentre il suo discorso da ubriaco va alla deriva e approda in qualche modo su Trump Presidente degli Stati Uniti, il barista si sveglia dal letargo e con lui comincio a ragionare un po’ sul jazz. Non so quanto ci capiamo veramente, ma sfodero quello che so, dalle origini blues a nomi più o meno a caso di musicisti e interpreti. Il taiwanese nel frattempo capisce che in quel bar non scoperà e decide di andarsene. Una ventina di minuti dopo vado pure io. Ringrazio il barista e provo a fargli capire che è il mio ultimo venerdì in Osaka e che verosimilmente non mi rivedrà in giro. Credo che abbia capito.

Tappa 2 – Ristorantino travestito da bar

È ancora troppo presto, quindi mi infilo in questo barettino vicino a casa mia. In realtà si rivela non essere affatto un barettino, ma un piccolo ristorante. È così stretto che ci stanno a malapena bancone e sgabelli. Ci sono già cinque persone più la proprietaria, scoprirò più tardi che sono quattro colleghi e il loro boss. Ordino una birra per potermene andare il prima possibile, o almeno in tempo utile affinché quello che sta cuocendo dall’altra parte del bancone, a circa 15 centimetri da me, non mi appesti i vestiti. Nessuno di questi parla inglese in modo ragionevole, ma ci provano e scoprono che sono italiano. Si mettono a sparare nomi italiani a caso (Juventus, pizza, Del Piero), mi chiedono che piatti ho assaggiato e cosa ho visitato in Osaka. La barista insiste per aggiungermi su Facebook, uno dei quattro si fa fare una foto con me, un’altro (decisamente ubriaco come una pigna) continua a parlarmi in giapponese ed io gli rispondo a caso in italiano. Il locale però deve già chiudere, mi fanno uscire e mi salutano. Il boss della compagnia mi offre la birra, lo ringrazio inchinandomi più volte. Il tipo mi ricorda Leonard Cohen, più che altro per il borsalino, non di certo per il mood. Riprendo il mio percorso notturno perché è ancora troppo presto.

Tappa 3 – Bar Porco Rosso

Il bar è intitolato all’omonimo film di Miyazaki, non pensate subito male. Si spaccia per italiano, prima si chiamava Bar Adriano, ma è ovviamente solo marketing. È piuttosto grande: quattro vetrine, un bancone bello lungo con sgabelli comodi e poi un po’ di tavoli e poltroncine. Mi metto al bancone e chiedo un Negroni, sperando di riceverne uno migliore del precedente. La tipa non capisce cosa voglio, mi do del pirla da solo, opto per un più comprensibile long island. Mi giro verso sinistra. Ci sono due sgabelli vuoti, poi un tipo con l’aura da sfigatello e l’aria di non essere troppo intero, poi altri due sgabelli vuoti, poi lei. Una tipetta dalla tipica statura giapponese, capelli corti con frangetta, maglioncino beige. È sola, sta cenando, ha davanti due piatti e una birra piccola.

Il riflettore che illumina le cose che attirano la mia attenzione stringe su di lei. Lo sfigatino nel mezzo, ridotto a una sagoma nera, mi fa il piacere di andarsene. Lei si gira verso di me, le sorrido, lei si volta di scatto dall’altra parte, imbarazzata. Il barista traffica con ghiaccio e bottiglie proprio lì davanti. La signorina gli chiede qualcosa in giapponese, lui risponde, sempre in giapponese, ma sento che dice long island. L’oggetto di quello scambio di battute arriva davanti a me, ma il riflettore di cui sopra insiste e riporta la mia attenzione dove è giusto che sia. “Dai, almeno un sorso prima” lo supplico, “Ok, ma uno solo” illumina lui. Ghiaccio fine, odiosissimo. Tendo di nuovo a sinistra, noto un pacchetto di sigarette e un accendino alla sua destra. Senza altri pezzi in mezzo posso muovere tranquillamente di cinque caselle verso sinistra. Mi avvicino e le chiedo se posso avere una sigaretta. Si tratta di quelle sottili, al mentolo per giunta, che non sono un esperto di tabacco ma la sensazione è di fumare una gomma Vigorsol. Me la faccio accendere, lei è un po’ brilla, fa fatica, ci facciamo due risate. Chiedo se posso spostarmi sullo sgabello alla sua destra e lo faccio. Ripensandoci probabilmente non ho nemmeno aspettato la risposta. Però è colpa del riflettore, non mia.

Iniziamo a chiacchierare, ovviamente la sua prima domanda è “Da dove vieni”, la risposta è “Italy”. Si chiama Eri. Chiacchieriamo ed è un chiacchierare divertentissimo e complicatissimo allo stesso tempo, perché lei sa poco inglese ed io non so il giapponese. Le faccio scoprire Google Translator, ripeto le cose lentamente, provo a ridire le frasi che con capisce con altre parole. È un canale disturbatissimo, non so cosa arrivi dall’altra parte e non sono certo della correttezza di quello che ricevo, ma sono lì a dare importanza a qualsiasi frammento di informazione, a tentare di capire il giapponese. Mi diverto un sacco. Percepisco dentro di me qualcosa che scatta da The Girl from Ipanema a Fly me to the Moon. Mi dice di avere 34 anni, mi cade la mascella, gliene avrei dati massimo 26, glielo dico e gli dico la mia età. Pensava fossi più vecchio, faccio finta di essere offeso, lei entra in un loop di sorry tipicamente giapponese. Sorrido, ride. Scopro che è di Osaka, che lavora lì vicino (qualcosa che ha a che fare con il makeup), va in snowboard, è divorziata (se Google Translator la conta giusta) da quattro anni ma ci tiene a sottolineare che ora è felice. Lo sono anche io, lo sono ogni volta che ride e mi mette la mano sulla spalla o sul braccio, lo sono quando mi dice che la mia barba è handsome, quando mi dice che ho un bel sorriso. Lo sono anche quando mi chiede come mai ho le braccia così magre, che per un momento mi chiedo “Come cazzo glielo spiego?”, poi mi alzo, mi esibisco nella mia camminata tipica, sperando sia tutto chiaro così. Lo sono ancora di più quando vuole lasciarmi un suo contatto e ottengo il suo indirizzo mail, lei il mio. Il riflettore è sempre puntato lì sopra, sornione e soddisfatto mi fa vedere Eri e poco altro. Mostro le foto di Osaka, tento di ricordarmi i nomi giapponesi dei posti che ho visto e di quello che ho assaggiato, lei ride quando sbaglio e mi corregge.

Va in bagno. Il riflettore allenta la presa, mi accorgo di aver fumato un’altra sigaretta e di aver quasi finito il long island. Tolgo il quasi, chiedo al barista di portarmi il conto, anche quello di lei. Quando torna sto pagando, insiste che non vuole, insisto che voglio, poi mi ringrazia con un inchino. Le chiedo di andare a fare una passeggiata, risponde di no, che ha mangiato tanto ed è pure un po’ ubriaca. Faccio la faccina triste, con tanto di pugni a mimare l’asciugatura delle lacrime. Ride e mi da una pacca sulla fronte con il palmo della mano.

[ Fermo immagine. Che questo è un fotogramma importante, perché è in questo preciso istante, in questo gesto da cartone animato, che il me seduto al bancone del bar ha cominciato a non capire più niente. Ma proprio niente. Prima o poi qualcuno mi spiegherà come mai mi innamoro dei cartoni animati, per ora non lo so. Ok, precisazione fatta, possiamo riprendere. ]

Son quasi le due, tra non molto qui chiude. Insisto ancora un pochino affinché venga via con me, ma niente. Mi vesto, saluto, ringrazio, mi inchino. Lei mi accompagna fino alla porta, mi ripete che si è divertita, chiedo ancora ma la risposta non cambia. Sorrido e ringrazio di nuovo. Mentre cammino verso casa la colonna sonora è qualcosa tipo Linus & Lucy. Arrivato sotto casa guardo il cellulare, mi ha scritto una mail:

楽しいかったよ ありがとう
また会えたら嬉しいです(^-^)

Che tradotto è tipo:

Ti ringrazio per oggi, mi sono divertita tanto! Sarebbe bello se ci rivedessimo 🙂

Le rispondo “What about tomorrow?”.

Era venerdì. Oggi è domenica, piove, fa freddo, non mi ha ancora risposto e il mood scivola verso il blues.

Lawrence d'OrobiaEri, ovvero la giapponese della terza tappa

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1 comment

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  • leone - 1 febbraio 2017 reply

    Bravo Lawrence! Composto, sincero, autentico, auto ironico… e molto arrapato!
    Non fa venire molta voglia di andare in jap, ma di andare in giro a bere con te si.
    Leone

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