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La fotografa col borsalino nero

Alle 10.00 di lunedì mattina, il treno della metropolitana che parte da Gessate, lo fa con la consapevolezza di essere praticamente vuoto. Io, al contrario, che alla metropolitana non ci sono abituato, è un’eccezione, a Milano non ci vado mai, non ne sono consapevole ed anzi, sono piuttosto felice di trovarlo praticamente vuoto. Mi siedo e guardo fuori dal finestrino fintanto che il treno è in superficie. Qualcuno entra, ma non troppi, e a dirla tutta dal tuo sedile manco ti accorgi di chi entra, non ti interessa.

Fino a Gioia ci vuole un po’, Gioia intendo la fermata, che al sentimento non so esattamente quanto ci vuole. Mi preparo una fermata prima: noi che alla metropolitana non ci siamo abituati facciamo così. Ci prepariamo prima, perché non si sa mai. E poi io sono anche lento a scendere, metti che questa riparte, poi come faccio? Sarebbe un problema. Decisamente meglio prepararsi prima.

Dico: scendo a Gioia e vado a fare quello che devo fare in via Confalonieri. Un visto, però non è importante ora. Consegnati tutti i documenti parto a piedi verso Piazza del Duomo: Piazza Gae Aulenti, poi Porta Garibaldi, Via Solferino, Via Brera e poi, appunto, Piazza del Duomo. Quando hai a disposizione l’intera giornata puoi permetterti queste cose.

Ecco: Piazza Duomo. In Piazza Duomo c’è, ovviamente il Duomo. Bello. Visto da fuori, perché ad entrare c’era una fila chilometrica e non avevo sbatta. Visto quello ti giri e sei pronto per la Galleria Vittorio Emanuele II. A Vittorio Emanuele II, I Milanesi, c’è scritto in alto. Abbasso gli occhi e la vedo.

Mi sembra immediatamente una delle cose più splendide che abbia mai visto. Almeno tra le cose che impugnano una macchina fotografica. Ma sono abbastanza certo si possa dire più splendide in senso assoluto. Indossa un cappotto lungo, nero. E un borsalino, nero pure lui. Ha in mano una macchina fotografica, che posso dire con certezza essere una Canon EOS 70D. Lo posso dire perché era scritto sul laccio della macchina stessa. Laccio con bordo rosso, colore ripreso poi anche dal maglione (si vedono le maniche sotto al cappotto) e dal foulard, mi dicono di Hermes, ma con poca convinzione.

Resto lì a sembrare uno stalker, mentre lei stalkera uno scorcio del Duomo visto dal confine, dal tratto di marciapiede che separa la Galleria dalla piazza. Vede qualcosa nell’obiettivo, o nello schermo della macchina, non so, lo vede, ci si concentra, scatta una foto, forse più d’una. Io sono lì e non so bene cosa fare, prendo il cellulare e faccio per fotografare l’entrata e la prospettiva della galleria. Mi sento un po’ pirla con il mio cellulare mentre lei ha la sua Canon.

Sto lì a inquadrare, che poi cosa inquadro che ho un cellulare, mica esce lo scatto del secolo, fai a caso no? Mentre io inquadro lei abbassa la fotocamera, la abbassa e si mette a fissare il piccolo schermo per vedere cosa ha scattato. E rimane lì, così, secondi interminabili. Anche io sono lì, fisso, a cercare l’inquadratura perfetta nell’oggetto sbagliato. Perché il punto è lei, non la galleria. Aspetto che alzi lo sguardo, mentre il mio, di sguardo, mette a fuoco ripetutamente lo schermo e quello che ci sta dietro. Il mio, di sguardo, cerca la prospettiva ma poi si concentra a un terzo dalla sinistra, si fissa su un borsalino. Cappello che impedisce al viso di lei di mischiarsi a quelli degli altri, di risaltare rispetto agli altri, che così, abbassato, non si vede. E se non si vede, è difficile distinguerlo dai turisti tedeschi per esempio. Dietro, la prospettiva della Galleria rimane lì, immobile, la gente passa, non importa, probabilmente sono passati i fotogrammi della migliore fotografia di Galleria Vittorio Emanuele II con turisti fatta da un cellulare, ma non importa nemmeno questo.

Sono lì e aspetto che alzi lo sguardo, che mi dimostri un’altra volta di essere la cosa più splendida con in mano una macchina fotografica che io abbia mai visto. Invece non lo fa. Non so quanto sia passato, ma forse abbastanza da finire nel penale. Scatto con lei ancora intenta a osservare, a cambiare impostazioni, a eliminare delle foto di merda, chi lo sa. Mi rimane solo il suo borsalino, i dettagli rossi, il foulard di Hermes (forse di Hermes, non siamo certi). E la certezza che non la incrocerò mai più.

Milano è davvero triste.

Lawrence d'OrobiaLa fotografa col borsalino nero

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