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Pelé (film, 2016), ovvero ricordati di santificare l’eroe

È possibile fare un film su Pelé riuscendo a metterci la stessa enfasi e lo stesso ardore di film del calibro di Invictus (per rimanere nell’ambito sportivo)? A quanto pare si. Il risultato è una sorta di processo di canonizzazione del giocatore e della sua squadra, riusciti nell’epica impresa di vincere il mondiale 1958.

Venerdì sera M mi dice che deve portare il figlio a vedere Pelé ma, dato che dalle sue parti nessun cinema lo faceva, avrebbe dovuto portarlo a quello che sta a tipo due chilometri da casa mia. Mi chiede se voglio vederlo anche io. A me, onestamente, del calcio in generale e di Pelé in particolare importa poco a piacere, ma dato che sono curioso accetto l’invito. La sera stessa, dopo l’aperitivo, passiamo a comprare i biglietti.

Tornato a casa cerco qualche informazione in internet e i risultati mi fanno un po’ dubitare della mia scelta. Secondo Rotten Tomatoes il film vale un misero 18% (anche se il punteggio assegnato dagli utenti è un discreto 75%). Per Metacritic 39/100. Già le mie aspettative erano bassine, ma questi voti confermavano i miei timori.

Domenica pomeriggio. Piove. Già un punto a favore del cinema che, voglio dire, se fosse stata pure una bella giornata mi sarebbero girate le balle a sprecarne due ore per un film che non arriva manco a 60/100. La sala si riempie. Soprattutto di bambini. Anche la pubblicità prima del film mi conferma che il target è proprio quello: i bambini in fissa con il calcio. Io non mi sento né bambino né in fissa con il calcio, però provo lo stesso a immedesimarmi.

Gli elementi dell’eroe da idolatrare e imitare di solito sono tre: le umili origini, le persone pessimiste che provano a fargli cambiare idea, il maestro illuminato che vede il talento e decide di premiarlo. Le umili origini ci sono, con tanto di compagnia che sembra uscita da uno stereotipo: Pelé, il nerd, lo sfigatino e infine il cicciosimpa. A remare contro ci sono i genitori ed altri calciatori in erba figli di papà. Il maestro in questo caso è un osservatore del Santos. Tra l’altro non ho capito come mai sto tizio osserva Pelé fare numeri a 9 anni, viene chiamato dal padre solo 6-7 anni dopo e nonostante il tempo passato non fa una piega. Però va beh.

Sempre a proposito degli elementi dell’epica calcistica, ci hanno messo anche una forza misteriosa e arcana. Tutti gli eroi che si rispettino devono averne una, da Goku a Luke Skywalker. Pelé ha la Ginga (da non confondere con Jenga, il gioco da tavolo), ovvero questo stile di gioco quasi acrobatico che deriverebbe direttamente da alcune mosse della Capoeira. A sua volta, la Capoeira, come spiegano per benino anche nel film, affonda le sue origini nel secolo decimo sesto, inventata dagli schiavi neri trasportati in Brasile dai portoghesi. Quindi direi che ci siamo: una forza arcana dalla storia misteriosa e centenaria, una sorta di kung fu ma applicabile al calcio. Mancherebbe solo un esserino verde con le orecchie a punta ad esortare “Usa la Ginga, Pelé, usa la Ginga!”. Però ne faccio anche a meno, eh.

Cosa manca? Ah, si, un’impresa impossibile da portare a termine. Nel 1950, ai mondiali, il Brasile subisce una scottante sconfitta. Roba da brasiliani in lacrime. Il padre di Pelé piange e il figlio gli promette che ci avrebbe pensato lui a vincere un mondiale. In realtà, controllo adesso su Wikipedia, sono arrivati secondi, che non mi sembra tutto sto dramma, ma tant’è. Nel 1954 va già peggio, escono ai quarti di finale. Secondo l’allenatore della selezione brasiliana le due debacle sono da attribuire allo stile di gioco, troppo lontano dai canoni europei. Per il 1958 (in Svezia) si cambia totalmente squadra, si cambia stile, si convoca Pelé e vediamo come va. In ogni caso in pochi ci credono. Applicando per bene le tattiche europee arrivano in finale, ma avendo subito diverse perdite e con davanti un avversario cattivo, pieno di sé e apparentemente invincibile. C’è pure una scena in spogliatoio, con tanto di dettaglio degli ematomi, delle ferite, del morale a terra, che manco in Salvate il Soldato Ryan. L’unica speranza è ricorrere alla Ginga. Il nostro eroe si concentra, ripensa ai suoi allenamenti per le strade e nel giardino dove il padre lo addestrava coi mango (il frutto, non il cantante). Tira fuori tutta la Ginga, che in lui scorre parecchio forte, e così facendo trascina la squadra alla vittoria.

Impresa riuscita, brasiliani gasatissimi che festeggiano per strada, onore e gioia ritrovati. Scorrono i titoli di coda, che ricordano le imprese successive del nostro eroe Pelé, che ormai può accedere di diritto all’Olimpo dello sport.

Quindi niente, o vai a vederlo con la stessa forma mentis di quando guardavi Dragon Ball da piccolo, o sei un bambino in fissa con il calcio, o lascia stare.

Immagine adattata da quest’altra di Jamie Meyer.

Lawrence d'OrobiaPelé (film, 2016), ovvero ricordati di santificare l’eroe

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