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La Trilogia di Boston: commento del regista

A luglio 2015 era successo un fatterello divertente in ufficio e ci avevo ricamato una storiella divertente in tre parti: la Trilogia di Boston, con protagonista S. Seguono le considerazioni che ne avevo tratto parlandone (via email) a un’amica. Gli episodi sono online ai seguenti link: episodio 1, episodio 2, episodio 3.

Una nota sul mezzo: tutti gli episodi sono stati somministrati sotto forma di link nella chat di gruppo dei colleghi. Questo significa che quasi tutti hanno letto utilizzando il cellulare. Un mezzo del genere costringe alla sintesi, a frasi corte e possibilmente senza incisi. Si crea un habitat nel quale sopravvive solo la frase ad effetto: è quella che deve essere carica di significato e che se viene posizionata correttamente spinge a rileggere le due frasi precedenti per capire esattamente di cosa si stava parlando. Su concetti articolati è davvero difficile.

Una nota sul pubblico: colleghi. Questo mi ha permesso di inserire una dose di riferimenti a battute precedenti, dentro e fuori la chat. Alcuni riferimenti palesi, altri meno, alcuni accessibili a tutti, altri solo a una cerchia ristretta. La caccia al riferimento è un buon modo di fidelizzare il lettore, che è in qualche modo galvanizzato quando riesce a scovarli. Nel caso in oggetto si è giunti all’estremo opposto: mi han chiesto delucidazioni su riferimenti che non volevano esserlo, come i baffoni del Direttore. Non si riferivano a niente e nessuno, semplicemente mi sembrava corretto che il Direttore avesse dei baffoni.

Nota sui tempi: il primo episodio arriva quasi da sé dopo il fattaccio, tutto scivola sul foglio Word, facile facile. Rileggo veloce, tutto fila, mi accorgo di un possibile errore nel penultimo paragrafo, ma lo lascio perché trasmette pathos. Ma, ahimè, fallo in area nel finale: metto un TO BE CONTINUED che voleva essere solo una parodia dei telefilm americani, ma che i lettori prendono pericolosamente sul serio. Si aspettano un seguito, mi chiedono un seguito. La pressione aumenta e comincio a viverla come una sfida personale. Disagio che si percepisce nell’incipit del secondo episodio, che esce quasi 20 giorni dopo il primo. Disagio che svanisce solo dopo aver scritto d’un fiato il virgolettato dell’Entusiasmo, la Questione Viennese se così vogliamo chiamarla, di getto ma direttamente nella parte “scarti” del mio file, ma su questo torneremo poi. Superato il blocco, il terzo episodio arriva nel giro di 48 ore. Così diventa la Trilogia di Boston. Ha un finale, con full-stop. Nessun ripensamento, nessun seguito. Le linee narrative lì arrivano e si fermano, morte naturale, nessuna speranza in miracoli. Ci piace ricordarle così.

Sulle linee narrative: ho giocato con 4 linee narrative, non del tutto connesse tra loro, che ho provato a disporre per creare pause e accelerazioni (in fondo al terzo episodio ho esplicitato la disposizione dei loro paragrafi, in una sorta di invidiosa presa in giro della metrica poetica). A è la linea più interessante, più introversa, riflessiva e disposta all’evoluzione; inizia sempre con il titolo dell’episodio. B è la linea del poliziesco (non thriller, non giallo): tutta trama, cliffhanger (come si dice in italiano?) e colpi di scena; inizia sempre con un rumore. C è statica, piatta, ci prova ad essere interessante, sia chiaro, ma non ci riesce e alla fine si accontenta del ruolo di collante; inizia sempre con il nome della città dove è ambientata, prima Washington e poi Boston. D son divagazioni, messe lì giusto perché mi piacevano. Considero il finale una divagazione, anche se forse è tutto il resto che è una divagazione rispetto al finale.

Vado ad esplicitarle in ordine alfabetico inverso, così riesco a lasciare quelle interessanti alla fine.

D_ Non c’è molto da dire: sono in totale 3 paragrafi. Il primo l’ho utilizzato per mettere da parte un personaggio difficile da inquadrare; il secondo l’ho investito nel ritratto di M che tende a farsi film mentali su quanto gli altri la odino e usa “nanananà” al posto di “eccetera” (valli a capire i francesi); il terzo è il finale, anche se come dicevo non è chiaro cosa sia divagazione di cos’altro.

C_ Due personaggi (entrambi inventati, sebbene macchiette): uno inconsapevole e felice d’esserlo, l’altro dotato di intelligenza, potere e rispetto, ma privo del controllo della situazione. L’intera linea è un rincorrere un barlume di controllo: fanno il loro compitino, lo fanno bene, ci credono, ma la svolta è altrove.

B_ L’estrema drammatizzazione di una delle scene più noiose di sempre: due consulenti alle prese con il file Excel di un budget. Non è chiaro chi è alleato di chi, si guarda con sospetto il collega e il cliente diventa un poveretto da torturare in cambio di margine. Nel frattempo il vero problema (l’excel) cresce e diventa una terribile creatura senziente e malevola. Mi è piaciuto giocare con colpi di scena e identità segrete, anche se mi sembra più un esercizio di buon senso che di stile o di contenuti. Ho provato a rendere vividi i dettagli, ma soprattutto i suoni e i rumori. Perché, se un telefilm può avere una colonna sonora, non può averla anche il mio poliziesco? Perché Budget non dovrebbe essere libero di ascoltare i Pink Floyd? Non so quanto sia riuscito a rendere questa idea, ma è stato divertente. Conosci altri esperimenti del genere, fumetti e futuristi a parte?

A_ Mentirei se ti dicessi che era tutto pensato così sin dall’inizio. La verità è che rileggendo mi sono accorto di aver seguito istintivamente un’evoluzione molto interessante. Nel titolo (incipit di ciascun paragrafo della linea) l’evoluzione è voluta: largo, banchina, centro. Una sorta di forza centripeta che attira verso il nucleo, verso la soluzione del caso. Fin qua OK. Per quanto riguarda il contenuto, si inizia con una terza persona ben determinata di cui si narra un passato assurdo, epico ed inventato. Se noti, questa copertura comincia a vacillare già alla fine del primo episodio, nel quale si perde un po’ la finta-S e si passa a soggetti più generici. Nel secondo episodio la finta-S è definitivamente messa da parte, il testimone finisce nelle mani di un Egli non meglio definito, nel ruolo di osservatore. Comincia a filtrare qualche concetto più specifico, ma rimane il tema sotteso (lo so, poco originale) del mare come metafora di qualcosa immenso, pauroso, difficile sia da affrontare che da raccontare. Poi terzo episodio: spallata alla quarta parete e sdoganamento della prima persona. Il passaggio improvviso rende lecito tornare indietro e domandarsi quanto di tutto il precedente sia una biografica metafora. In realtà dietro c’è un motivo meno stilistico. Avevo scritto la Questione Viennese (solo il virgolettato) insieme al secondo episodio, ma l’avevo immediatamente messa da parte: non centra nulla con il resto. Però ci ho visto potenzialità, la considero la mia magnum opus (l’analisi del perché la rimando alla prossima mail, perché questa è già troppo lunga). Mi dispiaceva lasciarla inedita, mi serviva una scusa per infilarla da qualche parte, così mi son chiesto: cosa farebbe Calvino al mio posto? La risposta limpida come una notte d’inverno: metaracconto. Sensato? No. Troppo ambizioso? Si. Decido che mi piace l’idea.

La Trilogia di Boston sembra una cavolata, ma ci ho messo impegno, eh.

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