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Electric Dreams, che è come Black Mirror, ma sa di retro sci fi

Bzz bzz. Mi vibra il telefono. Due vibrate lunghe di solito vuol dire Whatsapp. Oppure un SMS, ma nel 2018 è più probabile Whatsapp. Non ho idea di quale sia la suoneria che ho impostato: io ho sempre il silenzioso con vibrazione attivata. È L che mi chiede se conosco Philip K Dick per poi annunciare trionfante una nuova serie (Electric Dreams) basata sui suoi scritti.

Ecco, sta cosa del silenzioso perenne un po’ mi rappresenta. Forse dovrebbero farci una puntata di Black Mirror sulle suonerie. O magari no, le suonerie sono fastidiose. Anche io le odio e ho il silenzioso. Perenne. Comunque: L mi dice di questa nuova serie e io, ancora un po’ scottato da Altered Carbon le dico che stavolta lascio andare avanti lei. Mi dirà più avanti se merita o no. Le dico “Mi dispiace, ma questa volta non ci casco”. Poi ci sono cascato. Però dai, L, tu non ti davi una mossa, un po’ è colpa tua!

Il rischio di sembrare una copia di Black Mirror ovviamente c’era, ma Electric Dreams ha attinto per bene dal materiale di Philip K Dick e ha trovato quella piccola sfumatura che gli ha permesso di differenziarsi: il retro sci fi. Non sto parlando del look retro futuristico di alcuni androidi, no (o meglio: c’è anche quello, ma non è quello che intendo). Io sto parlando del livello prima, sto parlando dell’essenza della fantascienza, che ovviamente, come tutto, nel corso del tempo ha subìto dei cambiamenti. La fantascienza originale, quella degli anni 20 e 30 per intenderci, nasce dal fantastico: il progresso scientifico stava accelerando, certo, ma tante cose restavano quasi mitologiche. La fantascienza di Dick, ed anche quella di Asimov per certi versi, sconfina spesso nel paranormale (e infatti c’è una puntata incentrata sulla telepatia). Vive di ambientazioni con background sottile o proprio nullo, straniante, fuori dal mondo (un po’ come la casa immersa nel nulla di Leone il Cane Fifone). Delle volte la scienza si fa proprio da parte e rimane solo il fantastico, un fantastico surreale, onirico, come nella puntata The Commuter.

Se Black Mirror parte da “guarda dove siete” per arrivare a dire “attenzione a dove potreste arrivare”, Electric Dreams non usa la tecnologia come spauracchio, ma semmai la sfrutta per creare metafore molto forti per affrontare questioni che con la tecnologia non centrano nulla. Ad esempio: cos’è la felicità? Me la merito? La voglio davvero? Cose così insomma.

Quindi si, Eletric Dreams consigliato.

Lawrence d'OrobiaElectric Dreams, che è come Black Mirror, ma sa di retro sci fi

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